Mi trovo al porticciolo di Ognina, un piccolo rifugio di barche cullate dal placido sciabordio delle onde. L’aria ha quel sentore salmastro che sa di mare e di storie di pescatori. Lo sguardo si perde sulle piccole imbarcazioni colorate, legate l’una all’altra, che dondolano pigre al ritmo della risacca. Ma è l’orizzonte che cattura ogni attenzione.
Lì, maestoso e inconfondibile, si erge l’Etna. Non è un vulcano inerte, una semplice montagna. È un’entità viva, un gigante che respira e che, in questo preciso istante, sta offrendo uno spettacolo che toglie il fiato. Dalla cima, un fiume di lava incandescente scende lentamente, un serpente di fuoco che si fa strada tra la pietra scura. La colonna di fumo, densa e scura, si alza nel cielo e si tinge di un rosso profondo, quasi un presagio, illuminata dalla forza primordiale che la genera.
Il contrasto è surreale: la quiete del porto, con le sue luci tremolanti che si riflettono sull’acqua, e l’impeto della natura, una forza distruttiva e al contempo incredibilmente affascinante. È un’esperienza che ti fa sentire piccolo, ma anche incredibilmente fortunato. Sono qui, in questo angolo di mondo, a Ognina, ad assistere a una delle meraviglie più selvagge e potenti della Sicilia.

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