Due palazzi barocchi, più sobrio e dalle linee essenziali l’uno, più austero ed elaborato l’altro. I loro portoni, quello principale del Sant’Alfano da una parte, e quello laterale del Palazzo di città, denominato “degli Elefanti” e sede amministrativa istituzionale dei catanesi dall’altra, si fronteggiano, e le due facciate delimitano il tratto iniziale della centralissima via Etnea, che, lasciata quella del Duomo, incontra subito, andando verso nord, la piazza Università. Trascurando quasi del tutto la piazza al centro della quale campeggia il Liotru, ovvero l’elefante simbolo di Catania, l’immagine fa in modo che la nostra attenzione si concentri sulla costruzione che collega il palazzo che ospita il museo arcivescovile, accostato al fianco del Duomo con il palazzo dei Chierici, un tempo sede del Seminario, oggi entrato nel patrimonio del Comune, che vi ha collocato gli uffici tributari. È un’antica porta della città, intitolata alla famiglia spagnola degli Uzeda – nome che oggi viene reso ampiamente famoso anche da un’apprezzata band rock – costruita sopra le cinquecentesche mura di Carlo V, attraverso la quale si accedeva provenendo da sud. Immettendosi nell’arco, si può raggiungere il giardino dedicato ad un altro grande musicista catanese dell’Ottocento, Giovanni Pacini, ma molto più noto come “Villa d’e varagghi”, cioè villa degli sbadigli, perché luogo preferito dai vecchi pensionati. Sotto l’arco, c’è la splendida icona, chiusa dentro una vetrina-altarino, di un Cristo che reca ancora sulla fronte i segni di una scheggia che lo colpì, nel 1941, durante un bombardamento. Un momento di raccoglimento per i credenti e, insieme, un vibrante monito contro tutte le guerre.

Testo: Nello Pappalardo

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