I Nebrodi a quest’ora non sono più solo montagne; sono un’onda di terra sterminata che s’innalza, silenziosa e maestosa, contro un cielo che si sta ritirando. La luce del giorno è ormai una memoria, e le lunghe ombre dei faggi e delle querce si fondono in un unico, vellutato scuro.
Qui, al pascolo, il senso di vastità è schiacciante. Si è immersi in un silenzio così denso che anche il lieve scampanellio delle mandrie, ormai raggruppate e lente, sembra un suono lontano, quasi irreale. È la solitudine che non opprime, ma che avvolge, un’immensità che riporta l’osservatore a una dimensione primordiale, a tu per tu con la natura più selvaggia e indifferente.
Lo sguardo, quasi per cercare un confine a tanta terra, scivola inevitabilmente verso il Tirreno, un blu infinito che inghiotte il sole morente. Ed è lì, in quel punto di fusione tra cielo e mare, che la solitudine trova la sua perfetta incarnazione: Alicudi.
Non è un’isola, ma una pura sagoma nera, una punta di pennarello su una tela crepuscolare. È la prova fisica della distanza, della remotissima solitudine. Alicudi emerge, muta e ieratica, come un’antica divinità che osserva, impassibile, l’eterno ciclo del giorno che muore sulla terraferma. È il punto più remoto visibile, un’ombra che ricorda che, per quanto vasto sia il pascolo dei Nebrodi, fuori c’è un mondo ancora più solitario e inaccessibile.
In questo momento sospeso, tra la ruga della montagna e il respiro del mare, si è soli in un paesaggio immenso.

Photo by © Alessandro Saffo 2025 – All rights reserved.
