C’è qualcosa di magnetico in una mareggiata. Ti spinge a uscire, a sfidare il vento che ti toglie il fiato e quel sapore di salsedine che ti resta appiccicato addosso. In questi giorni a Capo d’Orlando il Tirreno ha deciso di mostrare i muscoli, e io non potevo non essere lì con la mia macchina fotografica.

Passeggiando sul lungomare, tra gli schizzi delle onde che scavalcano il muretto, mi sono ritrovato davanti all’iconica installazione a forma di cuore. Di solito è il posto dei selfie romantici, dei sorrisi e del mare calmo. Ma oggi era diverso.
Inquadrare la furia
Mi sono fermato e ho guardato attraverso quella struttura rossa. In quel momento, il cuore ha smesso di essere un semplice arredo urbano ed è diventato il mio mirino.

Ho aspettato l’attimo giusto, quello in cui l’onda decide di esplodere proprio lì, al centro della scena. Vedere la forza bruta della natura incorniciata da una geometria così perfetta e simbolica mi ha colpito. È il contrasto che cerco sempre: la fragilità di un simbolo contro l’impeto dirompente del mare in tempesta.
Oltre lo scatto
In quella foto c’è tutto quello che sento quando il mare urla: la voglia di restare a guardare, il brivido di fronte alla potenza degli elementi e quella strana calma che ti dà trovare un punto fermo — come questo cuore — nel mezzo del caos.

Mentre il sole cala e le palme si specchiano nitide nelle pozzanghere dorate rimaste sull’asfalto, senti che la natura sta mettendo fine alla sua rabbia. È una sensazione profonda: nonostante il vento, il tramonto ci regala speranza. La certezza che, dopo ogni tempesta, la luce trova sempre il modo di tornare a riflettersi, più limpida di prima.
© 2026 Carmelo Lenzo
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